Natal-gia. Il Natale è la festa del tempo

di Andrea Tortoreto –

Riordino la mia biblioteca, sempre più polverosa e vetusta e ritrovo, come spesso mi capita, due tesori dimenticati. Una vecchia edizione de Il signore degli anelli, con i fogli ingialliti ma dall’odore intonso, le pagine me lo restituiscono identico a quello che annusai più di venti anni fa. E poi, un oggetto ancora più vecchio; una scatola dai bordi consunti, ma il cui rosso è ancora acceso, ammaliante come ben venticinque anni fa! Campeggia su di essa uno splendido disegno di Elmore; un enorme drago rosso affronta, tra mille tesori, un impavido guerriero. La mitica scatola rossa targata Editrice Giochi, quella che ha formato ogni nerd della mia generazione, la prima edizione di D&D!

Due regali di tanti Natali fa. Chiunque può immaginare il sentimento di cui sono preda, quella sensazione che parte proprio da qui, dalla bocca dello stomaco. La chiamiamo, di solito, nostalgia.

Nostalgia è un termine che, dal punto di vista etimologico, fa riferimento al greco νόστος (nóstos), ritorno, come indicato dalla radice nas- che sta per abitare, stare presso qualcuno e άλγος (algía), dolore, malessere fisico. Stando a tali origini semantiche, la nostalgia è il dolore del ritorno, di essa si soffre, addirittura si può morire! Ma una parola così ricca di sfumature, così densa, non possiede le nobili origini di tanti termini che affondano le proprie radici nella sapienza greca.

Nostalgia è, difatti, un termine creato, nel 1688, da un aspirante medico alsaziano di nome Johannes Hoffer che dedicò gli studi riassunti nella tesi di laurea a un disturbo, una vera e propria patologia, che coglieva i mercenari svizzeri durante il loro arruolamento in eserciti stranieri. Il nome abitualmente usato, Heimweh o Mal du pays (“dolore, male della patria”) parve al giovane Hoffer troppo poco solenne per una dissertazione accademica e, così, lo tradusse in greco, secondo una prassi abituale in ambito medico.

Con il tempo però, questa creatura, di indubbio fascino, migrò dalle pagine dei trattati medici a quelle dei romanzi e della letteratura. Dall’asettica scrivania di un futuro chirurgo alle rime dei poeti. È divenuta così la tristezza del rimembrare persone, cose, momenti che non sono più e paiono irrimediabilmente perduti. È quel senso di mestizia, la nostalgia, che ci mette in contatto con il nostro io giovane, con ciò che siamo stati e non siamo più, con i vissuti che la ragione ha perduto tra le nebbie dei ricordi. C’è quasi, in questo termine, il senso di una patologia connessa alla nostra condizione esistenziale, al nostro essere transeunti, finiti, legati indissolubilmente a un tempo che ci consuma: la malattia del tempo, l’idea che il passato è un’età dell’oro non più replicabile.

D’altro canto, il Natale è la festa del tempo. O meglio, come ci ha mirabilmente mostrato Dickens, è la festa che investe di senso il tempo, che gli dona significato. La nascita di Cristo è un segno indelebile nella storia, e la sua celebrazione un marchio nelle nostre esistenze; che lo si ami o lo si odi, in quel giorno, il tempo assume un significato nuovo. Siamo chiamati a soppesare ciò che siamo, a soffermarci su quello che viviamo, a misurare ciò che è stato e quello che sarà, nel tepore rassicurante dei nostri nidi.

Ecco quindi che la nostalgia, che ci rapisce a Natale, assume una valenza differente, una sfumatura nuova. La Nat-algia non è un dolore, non è qualcosa da cui fuggire, da evitare. Lungi dall’apparire patologica, dal costituire una «malattia mortale», assume i connotati di un’emozione benvoluta, finiamo per cercarla, ogni anno la accogliamo come si abbraccia qualcuno che ci è mancato; è un sentimento che contraddistingue quei giorni magici e loro soltanto. Stabilendo un contatto con ciò che eravamo, accende un dialogo con noi stessi, con la nostra anima, ci restituisce il passato con la serenità di un ricordo che mostra le nostre radici intime.

E dischiude il senso più autentico del dono; le radici sono infatti il piedistallo verso il futuro e quei tesori natalizi, regalandoci noi stessi, ci aprono in qualche modo all’esistenza che sarà. Non si voglia leggere, in queste parole, una facile retorica contro il consumismo. Chi di noi può dirsi immune da quella logica?! Siamo tutti figli di un preciso contesto, che ci condiziona in modo spesso inevitabile; e la facile retorica è spesso moralismo! Non è questo il senso positivo della nostalgia che si vuole richiamare; è piuttosto una nuova attenzione al vecchio, a ciò che è comunque parte di noi, che ha contribuito a farci ciò che siamo e senza il quale non saremmo e, di certo, non saremo. Al contempo, è un invito a soffermarsi, riscoprire la pace, la quiete dell’attesa che non rincorre necessariamente il futuro che, forte di ciò che era, non insegue angosciosamente un effimero tempo a venire.

Che Nat-algia sia allora! Che ne siate tutti preda, ve lo auguro con tutto il cuore!  Per quanto mi riguarda, già so cosa regalerò in questo Natale: una vecchia edizione e una scatola rossa dai bordi consunti.

 

di Valentina Celes Isernia

mi accodo allo splendido pezzo di Andrea per parlare di un fenomeno che si è verificato in questi giorni e che riguarda un prodotto che tanta importanza ha avuto nel panorama dell’industria culturale italiana: la serie dedicata a Fantaghirò.

Fantaghirò è una miniserie tv del 1991 diretta da Lamberto Bava che si ispira alla fiaba Fanta-Ghirò, letteralmente “persona bella”, scritta da Italo Calvino, rielaborazione di una novella montalese inserita da Gherardo Nerucci nelle Sessanta novelle popolari montalesi, edite nel 1880.

Rimandiamo un’analisi più attenta di questa serie e delle sue simbologie a uno dei prossimi articoli e ci soffermiamo un attimo su quanto accaduto. Dopo lo sbiadito annuncio da parte di Mediaset della ri-messa in onda della serie anche per il Natale 2017, il fandom si è scatenato alla notizia che Netflix (e poi successivamente Infinity) ha messo a disposizione le puntate sulla sua piattaforma di streaming. Ciò ha fatto tacere le bocche ciniche e risvegliare il fermento dei fan decennali. I numeri parlano chiaro: quasi 31mila reazioni al post di Netflix.


D’altronde sono anni che centinaia di persone tentano di riportare l’attenzione sulla serie – terminata in modo maldestro con il quinto episodio, sconcertatamente deludente – chiedendo un degno finale per la storia.
Fantaghirò è il primo, vero fantasy italiano, uno scrigno di tutto ciò che è la potenzialità delle produzioni italiane, una tradizione natalizia cercata e ricercata che è la dimostrazione che l’effetto Natal-gia è reale e si riflette in tutto ciò di cui fruiamo.

Quante volte, immancabilmente sotto Natale, avremo rivisto la strega nera e i suoi incantesimi, le creature parlanti opera di Sergio Stivaletti, le tecniche e gli effetti speciali che oggi potrebbero apparire ridicoli ma che, se contestualizzati, ci appaiono in tutta la loro meraviglia.

D’altra parte è stato un prodotto di recente creazione a farci capire a pieno quanto la mente e il cuore dei “millennials” siano legati all’amore per il passato: Stranger Things. Il retrogusto vintage della serie si fonde con le tecniche narrative del presente con un risultato esplosivo.

Ci dissociamo, dunque, da chi considera trash quei prodotti senza tempo, irrinunciabili nella festa del tempo, e vi ricordiamo il calendario della messa in onda di Fantaghirò. Perchè sì, lo streaming è a portata di mano, ma rivederli in tv amplifica l’effetto nostalgia come non mai.

Buon Natale a tutti

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