La Regina di Gondal: Emiliano Vitali porta in vita il mondo perduto di Emily Brontë
Dal frammento al romanzo: Emiliano Vitali riporta in vita Gondal, il mondo immaginario delle sorelle Brontë, tra passioni, intrighi e brughiere tempestose.
di Valentina Isernia
Nelle brughiere isolate di Haworth, nel cuore grigio dello Yorkshire vittoriano, tre sorelle e un fratello si ritrovarono a costruire mondi in cui riversare tutto ciò che il mondo reale non offriva loro: compagnia, avventura, riflessione, libertà. È forse un aspetto poco considerato quando si parla della produzione letteraria delle sorelle Bronte, ma molto importante, soprattutto nel parlare di questo nuovo romanzo a firma di Emiliano Vitali.
Quando erano bambini, i Brontë non vivevano in un contesto molto isolato, la cui unica compagnia era quella reciproca, dei libri e di una scatola di soldatini di legno regalata dal padre. Da quella scatolina iniziarono a inventare storie così complesse da dare vita a interi mondi immaginari.
Inizialmente tutti e quattro (Charlotte, Branwell, Emily e Anne) collaborarono a un universo chiamato Glass Town, un mondo di avventure che si espandeva man mano nelle loro storie e nei loro minuscoli libretti artigianali.
Ma con il tempo Emily e Anne decisero di “secedere” per creare qualcosa solo loro: nacque così l’immaginario mondo di Gondal, un arcipelago di regni lontani, tormentati da guerre, passioni e drammi emotivi.
Nata come controparte immaginativa del ciclo di Angria creato da Charlotte e dal fratello Branwell, Gondal prende forma attorno a due isole remote del Pacifico settentrionale: la selvaggia Gondal e la sua colonia, più piccola ed esotica, Gaaldine. In questi territori aspri e battuti dal vento, le due sorelle ambientano guerre sanguinose, amori estremi, tradimenti, vendette e lotte dinastiche.
Tuttavia, con il passare del tempo Anne decise di allontanarsi dal progetto: le sue energie si concentrarono su altre ambizioni letterarie e sulla sua vita personale, lasciando Emily a portare avanti da sola la saga di Gondal per tutta la vita.
Fu così che il mondo, nato come gioco collettivo, divenne progressivamente la creatura esclusiva di Emily, che lo arricchì di profondità emotiva, di complessità politica e di un lirismo cupo e intenso. Le poesie e i frammenti superstiti — di cui oggi conosciamo solo una parte — riflettono proprio questo passaggio: dalla costruzione condivisa all’espansione individuale, dove il carattere dei personaggi e l’atmosfera del mondo prendono forza e autonomia, anticipando molti temi poi sviluppati in Cime tempestose.

Quello che resta di Gondal è solo un’eco frammentaria: i quaderni, le poesie e gli appunti che Emily Brontë scrisse da sola dopo che Anne si allontanò, sono andati quasi completamente perduti, e molti storici ritengono che l’autrice stessa possa averli distrutti, lasciando al mondo solo scintille della sua immaginazione, piccoli lampi di un regno che nessuno potrà mai leggere per intero. È un arcipelago di frammenti: poesie firmate da Emily Brontë e Anne Brontë, nomi appuntati, drammi suggeriti più che narrati. Un mondo potentissimo e incompleto.
Fino ad oggi. Ne La regina di Gondal, l’autore raccoglie le poesie, i dialoghi e i riferimenti sparsi, e li intreccia in una narrazione coerente, restituendo al lettore la sensazione di camminare nel tempestoso regno immaginario, di respirare la brughiera e di sentire la passione e la vendetta pulsare tra i protagonisti. Vitali non ricrea semplicemente Gondal, ma riaccende il suo cuore, trasformando gli echi perduti delle sorelle Brontë in un romanzo gotico e avvincente e tragico, capace di far rivivere un mondo che fino a poco tempo fa esisteva solo nei frammenti sparsi e nelle ombre della memoria letteraria.
La trama
La Regina di Gondal segue la vita tumultuosa di Augusta Geraldine Almeda, nata in una notte di tempesta nel nordico regno di Alcona, uno dei quattro reami di Gondal, e cresciuta dal veggente Lord Eldred dopo la tragica morte della madre. Mandata a diciott’anni alla corte di re Gerald al Palazzo dell’Istruzione di Regina, capitale di Gondal, conquista il cuore del tenebroso principe Julius Brenzaida e fugge con lui, ma la loro avventura finisce in tragedia: Augusta lo tradisce per salvarsi e, dopo un duello fatale tra Julius e il suo nuovo spasimante, il giovane Alexander Elbë, viene imprigionata.
Liberata grazie al capitano delle guardie Alfred Sidonia, invaghitosi di lei, lo sposa e si trasferisce con lui sull’isola di Gaaldine, assolata colonia di Gondal. Qui, all’Aspin Castle, entra subito in conflitto con la figliastra Angelica, che riuscirà a mandare in esilio insieme al suo amato compagno Amedeus. Ma a sconvolgere tutti i piani vi è un ritorno inaspettato: Julius ritorna dal passato per sconvolgere Augusta il suo mondo.
Il merito più grande del lavoro di Vitali sta nell’aver capito che Gondal non era solo un esercizio adolescenziale, ma un laboratorio emotivo. In quelle pagine private le sorelle Brontë imparavano a gestire potere, desiderio, perdita, ambizione. Vitali raccoglie quel laboratorio e lo espande, come se avesse trovato un manoscritto incompleto e avesse deciso di riaccendere la candela accanto per vedere fin dove arriva la stanza.
Certo, l’operazione non è neutra: ogni completamento è anche un’interpretazione. Ma è un’interpretazione che nasce da rispetto e studio, e si sente. La brughiera non è un semplice sfondo gotico; è un organismo emotivo, un riflesso degli stati d’animo, proprio come accadeva nelle opere mature delle sorelle.
E così La regina di Gondal diventa qualcosa di curioso e affascinante: non solo un romanzo fantasy, non solo un omaggio letterario, ma un dialogo attraverso il tempo. Da un lato, quattro giovani isolati a Haworth che scrivono per gioco e sopravvivenza interiore; dall’altro, un autore contemporaneo che raccoglie quel gioco e lo trasforma in narrazione compiuta.
È un gesto che sa di sfida e di amore insieme. E forse è proprio questo che rende il libro interessante: non tenta di sostituire ciò che è andato perduto, ma di dimostrare che certi mondi immaginari, una volta accesi, non si spengono più. Anche se restano sepolti nel tempo. Anche se per riemergere devono aspettare centottant’anni e una nuova penna pronta a rischiare.
Merita menzione anche l’apparato visivo del volume: le immagini che introducono le varie parti e la copertina suggestiva — con la regina che avanza verso una croce celtica nella brughiera — contribuiscono a rafforzare l’impressione di trovarsi davanti non solo a una ricostruzione letteraria, ma a un vero e proprio universo evocativo.
L’atmosfera è criptica, intrisa di mistero, attraversata da una tensione costante che stimola la curiosità e alimenta l’empatia.
In definitiva, La regina di Gondal è un’operazione di architettura narrativa ambiziosa e riuscita: un ponte tra frammento e romanzo, tra poesia privata e mito condiviso. Un lavoro che non sostituisce l’originale perduto, ma lo riaccende — dimostrando che certi mondi immaginari, anche se nati come gioco adolescenziale tra sorelle isolate, possono continuare a vivere e a generare storie ben oltre il loro tempo.



