RECENSIONE – American Gods

RECENSIONE – American Gods

American Gods, romanzo di Neil Gaiman

Questo libro sembra essere il romanzo perfetto. 

Leggere un libro vuol dire non solo emozionarsi e dispiacersi mentre lo si legge ma rimanere con il dubbio di averlo vissuto davvero, di non esserci stato dentro davvero, soltanto quando lo si è chiuso.

Una cosa va detta prima d’ogni altra: American Gods non è un romanzo per tutti, particolare, non convenzionale: un viaggio contemporaneo nel mondo della mitologia antica.

Iniziamolo dunque.

Appena rilasciato dal carcere e fresco della notizia della morte della giovane moglie, il protagonista, Shadow Moon (nulla è casuale), viene assoldato dal signor Wednesday, un tranquillo signore di mezza età dai modi un po’ rudi.
Sin da subito però le cose si riveleranno più strane di quanto ci si aspetterebbe: incontri con personaggi inconsueti e dai poteri sovrannaturali, sogni indecifrabili che, forse, non sono solo sogni ma preannunciano una battaglia, la più grandiosa di tutte: una battaglia tra dèi.
Ben presto, quindi, il signor Wednesday rivela a Shadow la sua vera identità (Odino, il dio delle forche, il Padre Universale, emigrato in America assieme ai primi coloni) e i suoi intenti: radunare tutti gli dèi in “disarmo” per dichiarare guerra alle nuove e incalzanti divinità.
Da una parte dello schieramento i vecchi culti con i propri dèi appartenenti ai più disparati pantheon: egizi, scandinavi, indiani, africani, scozzesi e est-europei. E dall’altra i nuovi, così ricchi di fascino per l’uomo del terzo millennio: internet, le carte di credito, la TV, i media e la tecnologia. Sconfiggere i nuovi arrivati sembra essere l’unico modo per i vecchi dèi di continuare a vivere le proprie, già stentate, esistenze.
Il resto della trama può essere sintetizzato nel viaggio che Shadow compie attraverso il Midwest americano, affiancato da compagni occasionali, inusuali e, spesso, divini.

Wisconsin, Illinois, Kansas e South Dakota fanno da sfondo alla “missione” (ignota anche a lui stesso) che porterà il protagonista a barcamenarsi tra attese, rapimenti e misteri, alla ricerca di gigantesche giostre di paese, lavorando per agenzie di pompe funebri e pernottando in motel malconci situati in riserve indiane e idilliaci paesini dai terrificanti segreti.

Ma il cammino è lungo e denso di ostacoli per il povero, coraggioso Shadow, alle prese con avventure di grande fantasia e personaggi che fanno venir voglia di documentarsi di più su tutti questi antichi culti.

In American Gods Gaiman riprende un tema, già affrontato più volte in altre sue opere, rendendolo il fulcro del racconto: gli dèi sono tali in virtù della fede riposta in loro.
Ma cosa accade quando i loro fedeli non si curano più di fare offerte o sacrifici, non innalzano preghiere, in una parola: li dimenticano? Semplice, in questo caso gli dèi sono destinati a scomparire nell’oblio, soccombendo ai nuovi idoli. 

«Venendo in America la gente ci ha portato con sé. […] Siamo arrivati fin qui viaggiando nelle loro menti, e abbiamo radici. Abbiamo viaggiato con i coloni, attraversato gli oceani, verso nuove terre. […] Ben presto la nostra gente ci ha abbandonato, ricordandosi di noi soltanto come creature del paese d’origine, creature che credevano di non aver portato nel nuovo mondo.

I nostri fedeli sono morti, o hanno smesso di credere in noi, e siamo stati lasciati soli, smarriti, spaventati e spodestati, a cavarcela con quel poco di fede o venerazione che riuscivamo trovare. […] Vecchi dèi, in questa nuova terra senza dèi.»

Ecco allora sorgere spontanea una lotta tra la tradizione e l’innovazione dove i nuovi dèi non sono altro che la televisione, i mass media, Internet e le nuove tecnologie, bellissimi, sfavillanti e adorati dall’intero popolo occidentale.

Le antiche divinità, invece, in questo romanzo rappresentano la paranoia americana del consumismo e della globalizzazione: apparentemente invincibili, ma spaventati a morte dal futuro, dalle nuove divinità che inevitabilmente prenderanno il loro posto.

Gaiman consacra quindi la propria carriera di scrittore di romanzi per adulti con American Gods, la sua opera più premiata (aggiudicandosi i prestigiosi Premi Nebula e Hugo) e forse la sua più celebre.

L’azione non è troppo serrata, la suspense è praticamente assente, c’è la giusta dose di sangue e violenza ma poco interesse per i particolari più raccapriccianti e spiacevoli.

La vera anima risiede nell’abilità dell’autore di ricreare immagini e atmosfere tali da rimandare ad un universo fantastico e melancolico, un’America fredda e inospitale popolata da personaggi, bloccati in un passato a cui nessuno può fare ritorno.

L’esordio fumettistico dell’autore si manifesta in alcuni passaggi del percorso narrativo che, in mancanza di tavole illustrate, si dilunga in descrizioni e divagazioni lunghe e troppo dettagliate.
Il finale della vicenda appare un po’ troppo veloce: la tempesta preannunciata fin dalle prime pagine si scatena e si placa in poche pagine in maniera molto semplicistica.
Sicuramente un po’ più di sintesi in certi punti, e meno in altri, avrebbe giovato alla vitalità dell’intreccio.

Ciò nonostante, è sicuramente un romanzo intrigante, sicuramente più che adatto a chi ama la letteratura fantasy, anche nel senso più innovativo del termine.

All’interno, oltre al romanzo nella traduzione di Katia Bagnoli, sono presenti un’introduzione inedita firmata da Gaiman e un testo di McKean e 12 disegni originali, di cui tre a doppia pagina; a proposito dei quali, in una recente intervista, lo stesso McKean ha dichiarato che ha cercato di adattare il testo alla mentalità di un lettore: “Non mi piace semplicemente replicare scene del libro che sono completamente coperte dal testo. Mi piacciono le immagini per contribuire a tutta l’esperienza del libro, per aggiungere ad esso, per commentare su di esso […] mi sono concentrato sulle aree distorte e fantastiche della storia.” 

Questo libro è il romanzo perfetto.

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