La storia della donna-foca: metafora della condanna delle donne “spogliate” della loro natura

Torniamo in Islanda, alla scoperta delle leggende nordiche legate alla terra, all’acqua e al fuoco per raccontare il mito delle “kópakonan”, meglio conosciute come donna foca.

di Eleonora Amato
foto di copertina di Marita Gulklett

L’origine della leggenda della kópakonan, sembra essere lontana, legata ai racconti dell’Antico Testamento. Si racconta infatti che, quando Mosè divise il mar Rosso per lasciar passare la sua gente, travolgendo poi l’esercito del faraone, Dio ebbe misericordia e trasformò i soldati in foche, concedendo loro di tornare sulla terra in sembianze umane soltanto una notte all’anno, durante il plenilunio.

In particolare, le foche durante questa notte palpano con le loro zampe la terra di Myrdalur, nella parte meridionale dell’Islanda; riguardo a questo si racconta di un contadino che una notte ebbe il privilegio di ospitare una di queste creature.

// La versione irlandese della leggenda e la riflessione sulla libertà femminile

Anche nella versione irlandese a dare il via al racconto è un contadino che, trovatosi nei pressi della spiaggia nera di Reynisfyara, trovò una coltre di pelli nere in una grotta e sentì dei canti bellissimi provenire dalla stessa. Prese le pelli, tornò a casa e le ripose in un baule. Tornato di nuovo davanti alla grotta, il contadino scorse una donna nuda e bellissima che piangeva disperatamente perché aveva perso la sua identità, le sue pelli, le sue sembianze da foca. L’uomo ebbe pietà di lei e si innamorò perdutamente di quegli occhi malinconici, la portò in casa e decise di sposarla. Vissero felici per molti anni ed ebbero molti figli.

La donna, nonostante tutte le premure dell’uomo, che la amava più di se stesso, decise di non confessargli mai la verità: cosa avrebbe dovuto dirle? Che in realtà era una foca? In questo modo l’avrebbe persa per sempre. Il contadino d’altra parte continuò a tenere le pelli chiuse a chiave e, nonostante la donna tornasse ripetutamente a piangere in riva al mare, perché aveva perso la sua casa, lui egoisticamente, continuava a non farci caso.

La notte di Natale però, il contadino venne invitato ad una festa e dimenticò la chiave del baule sul tavolo; la donna, rimasta in casa, decise di aprirlo ed improvvisamente sparì: tornò ad essere una foca anche se il suo cuore di madre rimase consapevole che sulla terra vivevano i suoi figli

Oh me tapina, son messa alle strette: ho sette figli a terra e in mare altri sette.

Da quel giorno, il contadino non la vide mai più ma, quando usciva per mare, una foca dagli occhi lucidi si aggirava costantemente intorno alla sua barca e la pesca era sempre molto buona. Allo stesso modo, quando i suoi figli camminavano sulla spiaggia, una foca spuntava a pochi metri dalla riva, tenendo il loro passo, quasi per accompagnarli.

Secondo un’altra leggenda invece, sull’isola di Kalsoy o “isola degli uomini”, una delle più remote e desolate dell’arcipelago, posta a sud-est dello stesso, in un passato lontano si credeva che chi morisse di morte violenta o suicidandosi, si trasformasse in foca. Una volta all’anno però, questi esseri potevano ritornare nella loro forma umana, per festeggiare gioiosamente fino al sorgere del sole, quando avrebbero dovuto indossare la loro pelle e tornare animali.

E’ una versione della leggenda differente, in cui il contadino in realtà non si innamorò mai della fanciulla-foca, ma la obbligò a sposarlo. Una volta tornata ad essere foca, supplicò l’uomo di avere pietà dei suoi figli, di non ucciderli, ma l’uomo non la ascoltò e li uccise, banchettando con le loro carni. Allora la donna foca tornò sulla terra sotto le sembianze di un troll e gettò sull’uomo una maledizione: da quel momento tutti gli abitanti dell’isola di Kalsoy sarebbero morti gettandosi dalla scogliera o navigando in mare.

La statua dedicata alla leggenda della kópakonan presso le isole Fær Øer

La leggenda è ancora oggi molto sentita nelle popolazioni locali, tanto che nel 2015, nei pressi del villaggio di Mikladalur è stata innalzata sulla costa una statua dedicata a Kópakonan, in acciaio inossidabile e bronzo, capace di resistere ad onde alte anche 13 metri.

Questo mito ha dato origine anche ad un libro intitolato “Pelle di foca” su Bistrow. L’autrice, nel raccontare il percorso che l’ha portata a scrivere di questa storia, afferma che

La pelle è ciò che ci permette di essere nel mondo. Quando le selkie la tolgono rivelano la loro essenza più profonda, sperimentano diversi modi di essere o semplicemente giocano, felici di essere giovani e belle. Grazie alla possibilità di «spogliarsi» della pelle, le selkie si spostano da un mondo a un altro, dal mare alla terra, dal regno degli animali alla società umana. Quando questa opportunità viene loro negata non sono più intere. Gli uomini, nella loro bramosia di possedere ciò che è magico e selvaggio, non sanno fare altro che distruggerlo.

Una riflessione sul tema della libertà della donna, costretta fin dai tempi più antichi a combattere per poter emergere, per poter essere se stessa, per poter essere libera. Per contro, la figura maschile raccontata come sempre attenta a possedere ciò che non può avere, spinto da un eco che lo porta a credere di essere al disopra della natura.

“Il mare è il caos, l’infinita mutevolezza dell’acqua e dei modi che trova per superare gli ostacoli. Il mare è l’altrove, rappresenta tutto ciò che è al di là delle nostre capacità: la magia e il pericolo».

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